SHEKINÀ שְׁכִינָה

In pratica significa presenza. E bisogna cominciare da un inizio, dall’inizio. Ponete l’ipotesi che Dio esista, che sia lui l’autore di quanto ci circonda. Ora pensate che voi siate l’autore di qualcosa, una torta, un quadro, uno scritto, di ciò che vi piace. In quel che fate voi ci siete, è vostro, c’è la vostra traccia, ma voi non ci siete lì dentro. La Gioconda viveva senza Leonardo anche quando Leonardo c’era, la sua presenza nel quadro è in realtà un’assenza. E noi ne cerchiamo traccia e suo intendimento, nel particolare, nell’insieme, nel modo, nel perché sempre luminosamente oscuro, di quel quadro. L’autore nel quadro c’è e soprattutto non c’è.
Shekinà, presenza, dimora. Si narra che Pompeo Magno entrò nel Sancta Sanctorum del Tempio di Salomone e lo trovasse vuoto, se non ricolmo di sacri oggetti, eppure era per i Giudei il luogo e la Dimora della Presenza.
Ogni volta che Dio crea, quel che crea ha la sua libertà di essere senza Lui, perché se Lui restasse il suo tutto annichilirebbe ciò che Lui non è. Inutile presentare prove, cercare meraviglie rivelanti, nella Gioconda Leonardo non c’è, pur essendoci, per assenza.
Ora che abbiamo esplorato appena l’inizio, come va avanti questa storia? In ogni nostro gesto la nostra traccia resta, esso è noi che l’abbiamo fatto, è a nostra immagine e somiglianza, eppure noi noi in esso non ci siamo.
Ma abbiamo, verso chi fa opere, gesti, arte e disastri, una domanda: perché?
Si dice nella Genesi, nel primo racconto della creazione in essa contenuto, che il giorno sesto Dio creò l’uomo, “maschio e femminina lo creò” e che volle farlo a sua immagine e somiglianza, di Lui che non è maschio nè femmina. Una sorta di auto ritratto. Uno ci vede subito l’idea della gloria e del destino magnifico dell’essere umano. Invece è altro.
Ma si comincia a capire, oggi che è venerdì santo, perché mai Gesù parla, durante il suo processo, del tempio riferendolo alla sua condizione di corpo umano, a sé come uomo. Nel tempio c’è la Shekinà, la Presenza, la Dimora. Dov’è Dio? Domanda terribile dinanzi alla sofferenza dei viventi, al loro vivere e al loro morire, al male assoluto rivelato nella storia umana. Dio dove se ne sta? Perché?
Si dice nella Bibbia che quando Dio in qualche modo si manifesta, colui che lo incontra, come Mosè, si copra il volto, perché nessuno può vedere il volto di Dio. Ma, sempre nella Bibbia, Isaia ce ne dà una strana versione: “ non c’è in lui bellezza, non c’è in lui splendore o piacevole aspetto”… e continua in una descrizione della sofferenza e miseria assoluta descrivendo una figura umana come uno “davanti al quale ci si copre la faccia”, ci si copre il volto, per l’orrore e la vergogna.
Oggi, per i cattolici, e i cristiani in occidente, liturgicamente è venerdì santo. Ad un certo punto, nel processo intentato per blasfemia dai sacerdoti prima e poi da Pilato per lesa maestà e sedizione, Gesù dice che è venuto per rendere testimonianza alla verità. “Cos’è la verità?” chiede Pilato a Cristo. Bella domanda. E Cristo non risponde. Pilato lo consegna per la tortura del flagello, poi se lo fa riportare. “Ecce Homo” si dice in latino. Che non è precisamente ecco il nostro uomo, il nostro individuo maschile. Suona più propriamente come “ecco l’essere umano”. Maschio e femmina Dio lo creò. Gesù non ha risposto alla domanda di Pilato? O forse Pilato s’è risposto da solo non comprendendo la sua stessa rivelazione?
Se un uomo è immagine somiglianza di Dio, allora è Shekinà, Presenza, Dimora, che senso ha la domanda sulla verità? Ti sta davanti e bisogna coprirsi il volto, per l’orrore e la vergogna.
Quindi Cristo ha risposto: eccoti la condizione umana, Pilato, eccoti la verità. Eccoti la tua responsabilità, la tua colpa nel distruggere il tempio di Dio, dalla polvere all’uomo, tu perso in brumose isole di verità mai raggiunte. E va persino oltre quella risposta in un salire al supplizio sconcio fra lo scherno e il disprezzo, in una sconfitta assoluta, in una nudità offesa ed irrisa… “Non c’è in lui bellezza, non c’è in lui splendore o piacevole aspetto”. Dinanzi a Lui ci si copre il volto.
E’ chiaro che se Dio s’incarna è un perdente. Ma ha perso dall’inizio, quando la luce fu, quando ci fa fatto maschio e femmina e con il suo Spirito, la sua Presenza. Continua a perdere quando parla, Lui, Parola che coincide con l’Essere, chiede di essere inteso da chi ha parole imperfette, tradite. È un perdente. Perde la propria divina lontananza, l’infinita indifferenza per ciò che non è il suo essere. L’incarnazione è la scelta di perdere come Dio e la Croce è la scelta di perdere come uomo. Dio è uno sconfitto. Un paradosso difficile da accettare, follia per i filosofi e bestemmia per i giudei. Follia e bestemmia anche per Maometto. Difficile è la religione che ammette la sconfitta, che si basa sul fallimento. Non è nemmeno propriamente una religione: un Dio morente che chiede a Se stesso, lontano nella beatitudine, “Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato?”. Ma come, un umanesimo senza sorti magnifiche e progressive dell’umanità? Una religione senza la gloria della vittoria? Non è la storia di un gabbiano che vola meglio di tutti, non è quella di un giovane alchimista alle prese con la ricerca del proprio tesoro, non è una favola morale. Non è il raggiungimento di uno stato divino da cui sorridere benignamente al mondo a cui non appartengo perché ho estinto in me ogni desiderio di esso. Nessun Nirvana. Non è la guerra santa a cui il fedele del vero Dio sacrifica se stesso perché la sua volontà trionfi, perché questo Dio non ammette fallimenti. Quel Tempio ha un Sancta Sanctorum vuoto, come scoprì Pompeo. Nessuna vittoria e sfolgorante trono. Invece muore a Se stesso, macabro scherzo di membra contorte appese al legno. Shekinà, dinanzi alla quale copriamo il volto. Come sempre dal sangue di Abele, ieri e oggi.
Ma questa è solo la prima parte, per una notte infinita di tre giorni. Ma che succede il terzo giorno?
“Dio disse: «Le acque che sono sotto il cielo, si raccolgano in un solo luogo e appaia l’asciutto». E così avvenne. Dio chiamò l’asciutto terra e la massa delle acque mare. E Dio vide che era cosa buona .E Dio disse: «La terra produca germogli, erbe che producono seme e alberi da frutto, che facciano sulla terra frutto con il seme, ciascuno secondo la sua specie». E così avvenne:la terra produsse germogli, erbe che producono seme, ciascuna secondo la propria specie e alberi che fanno ciascuno frutto con il seme, secondo la propria specie. Dio vide che era cosa buona. E fu sera e fu mattina: terzo giorno.”