“La nostra vocazione sociale”

Da “il ponte” del marzo 2007

“Non si dica quella solita frase poco seria: la politica è una cosa ‘brutta’! No: l’impegno politico -cioè l’impegno diretto alla costruzione cristianamente ispirata della società in tutti i suoi ordinamenti a cominciare dall’economico è un impegno di umanità e di santità: è un impegno che deve potere convogliare verso di sé gli sforzi di una vita tutta tessuta di preghiera, di meditazione, di prudenza, di fortezza, di giustizia e di carità.”
In questo numero lasciamo la parola ancora a Giorgio La Pira, il testo di questo articolo è tratto da due sue pubblicazioni.
La domanda che “idealmente” ho posto al sindaco santo, cercando la risposta nei suoi scritti, è “può un cattolico sostenere il liberalismo economico?”

Di Giorgio La Pira

Qual è l’azione che deve svolgere il corpo sociale per raggiungere i suoi fini? E quale la norma regolatrice di tale azione? La risposta è evidente: il corpo sociale deve operare secondo l’intera verticale dell’azione; deve compiere, cioè, azioni economiche, familiari, politiche, giuridiche, religiose (esterne). Con tali operazioni, debitamente compiute, si produce il bene comune e si provvede alla distribuzione proporzionale di esso a tutti. La norma regolatrice di tali azioni è questa: fare che l’azioni di tutti i membri del corpo sociale convergano nello scopo comune della produzione del comune bene. Quindi, tutta la regolamentazione positiva si ispirerà a questa norma fondamentale naturale. Questo principio è di grande attualità: significa che una sana sociologia non può accettare, specie nel campo economico, il principio della meccanica confluenza delle azioni economiche, individuali caro al liberalismo economico.
Il mondo economico è un mondo che va regolato mediante l’applicazione a esso dei principi di comunità sopra indicati.
E ciò proprio in vista del valore finale dell’uomo e, quindi, della effettiva libertà di tutti: perché non vi è dubbio che la disapplicazione di questo principio -com’è avvenuto nel mondo liberale- ha avuto gravi ripercussioni sulla costruzione del mondo politico e sulla stessa vita religiosa, morale, culturale e familiare di tutti: la ricchezza eccessiva e l’eccessiva povertà -conseguenze ineluttabili di tale disapplicazione- incidono sfavorevolmente sulla vita spirituale dei ricchi e dei poveri.
Questa ripercussione è vera, anche se va respinta la concezione di Marx che fa dei valori spirituali degli epifenomeni dei valori economici.
Quindi la rettificazione -la profonda rettificazione- del mondo contemporaneo in tutti i settori esige questa rettificazione dell’ordine economico: quando l’ordine economico costituirà una mensa imbandita proporzionalmente da tutti e per tutti -dacci oggi il nostro pane quotidiano!- allora questa fraternità economica sarà larga di frutti per l’ulteriore e più elevata fraternità politica, giuridica, culturale e religiosa.
La risposta all’ultima domanda è ormai chiara: la società ha valore strumentale o finale?
Strumentale, indubbiamente: è un mezzo necessario al servizio dei fini dell’uomo; la persona umana ne ha bisogno per attuare progressivamente i suoi fini temporali e per predisporsi a pervenire a quelli eterni.
La divergenza fra la concezione cattolica e quella sociologica ‘collettivista’ è qui -nonostante che appaia sottile- molto profonda.
Ambedue partono dal. principio della socialità dell’uomo; ma nell’una la socialità giunge sino a esaurire in sé tutti i fini dell’uomo: l’uomo è un mezzo, la società un fine. Nella seconda, la posizione è rovesciata: è la società il mezzo, ed è la persona il fine; è questa l’intrinseca novità del cristianesimo: si può dire che la rivoluzione sociale trova in questo rovesciamento la sua espressione più significativa.
Si intacca forse, con ciò, la validità e l’efficacia del vincolo sociale? No, fino a quando si è nell’ambito della dottrina e della prassi del cristianesimo; la deviazione individualista che considera l’uomo come essere antisociale non è certamente frutto del cattolicesimo! Ma la socialità dell’uomo non significa esaurimento di esso nella società e nelle sue strutture economiche e politiche: di là dall’economia, dalla politica, dalla cultura e così via c’è il mondo interiore della libertà, della contemplazione e dell’amore; c’è il mondo di Dio, al quale l’uomo, per effetto della grazia, si eleva! (…) La legge regolatrice del rapporto esistente tra società e persona si può definire così: la società è strumentale rispetto alla persona; la persona è subordinata alla società solo nei limiti in cui la società è ordinata al bene totale della persona. (Tratto da G.LaPira – La nostra vocazione sociale)
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Ecco, dunque, l’assioma che finalizza la vita cristiana (e, quindi, la vita politica di un cristiano): quando Cristo mi giudicherà io so di certo che Egli mi farà questa domanda unica (nella quale tutte le altre sono conglobate): -Come hai moltiplicato, a favore dei tuoi fratelli, i talenti privati e pubblici che ti ho affidato? Cosa hai fatto per sradicare dalla società nella quale ti ho posto come regolatore e dispensatore del bene comune la miseria dei tuoi fratelli e, quindi, la disoccupazione che ne è la causa fondamentale?
Né potrò addurre, a scusa della mia inazione o della mia inefficace azione, le « ragioni scientifiche» del sistema economico fondato su un gruppo di pretese « leggi » (inutile qui elencare le sette « leggi » dello Stuart MilI), inviolabili -si dice!- come le leggi vere, quelle della natura fisica.
Non potrò dire: -Signore, non sono intervenuto per non turbare il libero giuoco delle forze di cui consta il sistema economico; per non violare la norma «ortodossa» che regola la circolazione monetaria; ho lasciato nella fame alcuni milioni di persone per non diminuire il pane a 30 altri milioni di persone; ho dovuto «temporeggiare» perché certe regole di prudenza monetaria (cioè della «mia» prudenza monetaria) mi impedivano di rispondere organicamente e rapidamente alla domanda dolorosa di lavoro e di pane che mi veniva con tanta urgenza da tante labbra (petierunt panem et non erat qui frangeret eis, dice Isaia). No: non posso addurre a mia giustificazione queste risposte: il fatto resta: «ebbi fame e non mi desti da mangiare ».
Perché, fra l’altro, se adducessi queste scuse io imputerei al Redentore una cosa grave: che, cioè, Egli mi abbia imposto un fine da perseguire sapendo che non avrei trovato i mezzi per perseguirlo. E se Egli mi accusasse, invece, di pigrizia mentale? E se anche in quel giorno «unico» mi venisse fatto cenno di altre tecniche economiche e finanziarie, di altri strumenti politici, a me noti mediante l’uso dei quali si sarebbe, forse, potuto dare risposta positiva a tante domande angosciose?
La premessa cristiana impegna nel fine ed impegna anche nella ricerca sempre viva dei mezzi proporzionati a tale fine: questi mezzi devono esistere, esistono, se ad essi è legato un fine così essenziale per l’uomo: si tratta di ricercarli con amore appassionato, con mente sempre aperta ad ogni spiraglio di luce che permetta, in qualche modo, di intravederli.
Keynesiani, non keynesiani? I nomi non contano, contano le cose: credere che sia possibile una tecnica risolutiva (anche se con prudenza) del massimo problema sociale (disoccupazione e miseria) o essere scettici intorno alla possibilità di essa ed alla efficacia risolutiva di essa: questo è il dilemma.
La radice del contrasto che questa polemica così viva ha messo in luce è tutta qui: è un contrasto di fondo; rivela due concezioni diverse delle ripercussioni sociali del cristianesimo, due modi diversi di concepire la finalità dell’economia, della finanza e della politica. Non è un dissenso di dettaglio, non si può dire che, in fine, le due parti sono d’accordo: no, non sono d’accordo, perché il loro disaccordo tocca le idee di base e di orientamento (tratto da G. La Pira – La difesa della povera gente – pubblicato in cronache sociali nel 1950).